Meeting dei giovani

Dalla Svizzera siamo partiti in quindici con due furgoncini. In poco tempo, all'interno di uno spazio così ridotto, si è creato un clima meraviglioso. Ognuno di noi era aperto all'altro e pronto a donarsi in modo completo con la propria storia, i propri sorrisi, l'ascolto. Questo è diventato ancora più visibile nel momento in cui, venerdì mattina, ci siamo ritrovati a fare colazione insieme, come una vera famiglia; sembrava di conoscersi da sempre.

Il titolo della prima giornata era "Molte vie per un Mondo Unito". Dopo aver spiegato chi sono i Giovani per un Mondo Unito, ci sono state alcune persone che hanno raccontato la loro esperienza, ed è proprio da qui che, io in prima persona, sono rimasta profondamente colpita. Non erano solo cristiani, ma anche atei, musulmani. Eravamo in 650 provenienti da trenta paesi e parlavamo undici lingue diverse, ma perché io mi sentivo come a casa? Perché tutte queste differenze sono passate in secondo piano? Credo che la risposta sia molto semplice: perché viviamo tutti per lo stesso ideale, perché è quello che ci fa respirare e che cerchiamo con affanno. Siamo convinti che non si tratti solo di un'utopia, ma di qualcosa che possa appartenere a questo tempo come a quello futuro.

Ci sono stati molti momenti di dialogo e avevo come l’impressione che tutto ciò che veniva detto fosse indirizzato solo a me. Tutto era così vero. Si è parlato di come i giovani al giorno d’oggi abbiano facilità a perdersi. Si sono fatti esempi molto concreti che ci confermano come la tecnologia possa influenzarci in modo negativo e possa farci perdere il senso di ogni cosa. Dobbiamo avere la forza di controllarci e di non lasciarci prendere. Dobbiamo far in modo che tutto questo non distrugga la comunicazione tra gli uomini.

Nel pomeriggio abbiamo visto un video di Chiara Lubich al Genfest del 1990, ed è incredibile come le sue parole rimangano sempre così attuali e piene di luce, era lì con noi, si sentiva. Lei è la prova che, Amando, tutto è possibile e noi ne siamo stati testimoni.

In seguito si sono sentite alcune esperienze di ragazzi che frequentano l’Università Sophia ed è impossibile non pensare che se ci fosse un clima del genere in ogni scuola, studiare diventerebbe un piacere per chiunque.

Da ultimo, prima della gran festa serale con spettacoli multiculturali, abbiamo avuto la possibilità di prendere parte ad uno dei cinque workshop che ci sono stati proposti: “progetto Africa”, “disarmo”, “Settimana Mondo Unito e mass media”, “Movimento Politico per l’Unità” e “dalla solidarietà alla fraternità”.

Progetto città” era il titolo della seconda giornata. Dopo l’introduzione musicale della band, Padre Amedeo è venuto a parlarci del dolore e del malessere della gioventù. Il titolo generale del suo discorso era “È nella notte che si vedono le stelle”. Per quanto mi riguarda ha centrato il punto della situazione di molti giovani.

Noi tutti sappiamo che la crescita è segnata dal dolore, ma forse pochi sanno come affrontarlo, perché semplicemente lo rifiutano. Il dolore ed il male, ci raccontava, sono un mistero e spesso sono dovuti ad un abuso di libertà, ma dobbiamo avere la certezza che nessuna sofferenza è inutile! Dobbiamo vivere il dolore per Amore ed essere disposti a “perderci”, perché solo chi arriva al sacrificio di sé si possiede realmente. Bisognerebbe darsi totalmente agli altri e vedere ogni persona che ci passa accanto come un dono. Ma se noi tutti facessimo così che Rivoluzione avverrebbe? Il dolore, abbiamo scoperto, è un trampolino di lancio.

Dopo essere andati così in profondità, abbiamo ascoltato ulteriori esperienze di persone che vivono a Roma. Marito e moglie, lui afgano e lei asiatica, ci hanno parlato del loro rapporto e di quello con i coinquilini del loro condominio. Una famiglia ci ha spiegato come è stato accogliere in casa loro un carcerato, condannato per aver ucciso madre e padre, e alcuni giovani che lavorano in un ospedale di Roma, ci hanno raccontato di come hanno deciso di portare l’ideale dell’unità, anche all’interno del reparto di oncologia pediatrica.

Queste esperienze, raccontate da coloro che le vivono o che le hanno vissute, sono una ricchezza enorme e non dovrebbero mai essere dimenticate in qualche angolo sperduto della nostra mente, ma dovrebbero invece essere continuamente ricordate per darci forza e dirci “non mollo, se amo, è possibile”.

Nel pomeriggio siamo andati tutti insieme alla scoperta di Roma ed è stata una vera avventura poiché anche l’organizzazione ha dovuto adeguarsi al numero di iscritti, che fino ad una settimana prima dell’incontro erano “solo” 300. Siamo partiti da Castel Gandolfo con dodici pullman. La prima tappa è stata San Pietro, che dal vivo sembra davvero tanto piccola, poi ci siamo diretti a Castel Sant’Angelo per arrivare a Piazza Navona e liberamente guardarci un po’ attorno. Meravigliose le vie pittoresche e la luce calda dei lampioni. Un’atmosfera che raramente si dimentica, soprattutto se la compagnia rende tutto ancora più magico.

È stata persino piacevole la cena al sacco, anche se il freddo di febbraio non è mancato e ci siamo ritrovati a mangiare in piedi. Davanti a noi il Colosseo illuminato. Sono stati momenti impagabili e così si è conclusa anche la seconda giornata.

L’ultima mattina insieme era intitolata “Una città non basta”. Ad introdurre questo argomento è stato il video di Chiara in visita ad Ammann (1999). Per lei era (e tutt’ora lo è) importante e fondamentale dialogare con tutto il mondo e portare avanti questo progetto di mondo unito con l’aiuto della regola d’oro, che dice: “Fai agli altri, quello che vorresti fosse fatto a te” e di conseguenza “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”.

A volte penso che a scuola sarebbe utile introdurre una nuova materia, quella dell’“Arte di Amare” e raccontare la storia di questa donna straordinariamente forte che ci ha fatti ritrovare tutti lì per portare al mondo qualcosa di diverso e unico, qualcosa che ci rende tutti uguali e che ci fa vivere con la leggerezza nel cuore. La felicità di ognuno di noi sta nell’altro e dopo aver compreso questo, non ci resta che andare nel mondo e cantare all’Amore.

 

 

 

Sara Michilin, 23 febbraio 2010